mercoledì 6 settembre 2017

L'altra faccia di Montalbano

 
Avendo già avuto l’occasione di celebrare Camilleri e il suo Montalbano, questa volta per rendere omaggio alla Giornata Nazionale del Calendario del Cibo Italiano dedicata a Montalbano ho pensato di contribuire parlando del Commissario e di un suo famoso predecessore con cui condivide la passione per la cucina.
 
Prima dei cooking show, prima dei forum di cucina e ben prima delle foodblogger,  alcuni grandissimi scrittori letterari precorrevano i tempi e narravano di cibo e delitti.
 
Tra questi, due nomi altisonanti come Agatha Christie e Andrea Camilleri, entrambi con le inziali A.C. (vogliamo credere alle coincidenze?!?), hanno dato mostra di una grande abilità nel creare trame, atmosfere e personaggi caratterizzati in qualche modo proprio dalla loro grande passione per la cucina e il buon cibo. Sono infatti questi due elementi a connotare e sviluppare le vicende dei loro più noti investigatori: Hercule Poirot e Salvo Montalbano.
 
Ho scelto di parlare proprio di Poirot, perché insieme a Montalbano costituiscono, a mio avviso, le due facce della stessa medaglia.
 
Partendo dall’assunto che entrambi siano nati dalla felice penna di due buongustai, manifestano conseguentemente una predilezione per il cibo da gourmet, un gusto per la cucina,  e un palato raffinato.
 
Il modo di rapportarsi con il cibo penetra il carattere più intimo e profondo del personaggio, dell’ambiente e della storia stessa. Nel caso di Hercule Poirot, investigatore presuntuoso, ma in grado di risolvere con straordinaria facilità anche i casi più intricati, il cibo oltre ad essere consumato diventa anche connotazione fisica: “il mio amico Poirot, puntualissimo come al solito, stava mangiando un uovo à la coque…” e lui stesso è assimilato ad un uovo “un ometto straordinario. Statura quasi un metro e settanta, testa  a forma di uovo un po’ reclinata da un lato, occhi con riflessi verdi quando è eccitato; lunghi baffi rigidi alla militare e un’aria di immensa dignità…” (Aiuto, Poroit)
 
Da un lato abbiamo Poirot, un investigatore prettamente borghese, dall’abbigliamento curato con maniacale meticolosità e un portamento tanto regale da compensare la bassa statura. Moderatamente eccentrico e lontano da grandi eroismi (anche se il suo ultimo atto, di fatto, lo è). Dall’altro Montalbano, decisamente più giovane e moderno, più casual nel portamento e nell’abbigliamento, più grezzo e rustico nel rapportarsi, talvolta scontroso, ma incredibilmente umano.

 
Poirot, belga di origine,  ha una predilezione per la cucina francese, è profondamente goloso di dolci, in particolar modo di cioccolato. Si lascia andare al piacere della tavola e ne trae godimento “Meditabondo come un cucciolo sazio, si passò la lingua tra le labbra e si lisciò i baffi folti, bellissimi, con un fazzoletto. Aveva mangiato proprio bene. … Mormorò “peccato che non possa mettermi a tavola più di tre volte al giorno” (Fermate il Boia).
Ha un approccio raffinato alla tavola, mangia spesso da solo e sa gustare ogni piatto apprezzandone gli ingredienti, ma non disdegna affatto la compagnia. Anzi, ama invitare ospiti a pranzo o a cena, per dimostrare la sua incredibile abilità anche in cucina. E’ maniacale nell’apparecchiatura e quando si cimenta ai fornelli, il pasto si trasforma in un rituale dalle mille sfaccettature, un vero e proprio cerimoniale. Del resto la stessa Christie era tanto maestra ai fornelli, che alla macchina da scrivere.
 
Il nostro Montalbano, mediterraneo e siciliano fino all’ultima infinitesimale cellula del proprio corpo,   invece è perdutamente innamorato del cibo e ama mangiare in solitaria, anzi ne fa proprio una filosofia di vita: la filosofia della mangiata silenziosa. Consumare il cibo in silenzio e spesso ad occhi chiusi, per immergersi nei sapori e nell’universo dei profumi. Il cibo è un piacere che non si condivide “Gustare un piatto come Dio comanda è uno dei piaceri solitari più raffinati che l’omo possa godere, da non spartirsi con nessuno, manco con la pirsona alla quale vuoi più bene” (Gli Arancini di Montalbano), e che richiede un’assoluta ed esclusiva dedizione.
Il Commissario fagocita grandi quantità di cibo a grossi bocconi, contravvenendo di sovente alle regole del bon ton a tavola. Con il suo gusto vorace, dimostra la sua passione viscerale verso la cucina con tanto ardore, da trascendere a volte in una dimensione mistica.
 
Mentre Poirot degusta sciroppi e Crème de Cassis, Montalbano beve caffè e whisky, che però devono essere di ottima qualità, e l’esperienza del bere segue comunque un rituale, ed è un’occasione che non va sprecata.
 
Una caratteristica che accumuna Camilleri e la Christie, e di conseguenza i loro personaggi, è il rapporto con il cibo che si fonde con il ricordo dell’infanzia.
 
Ogni luogo in cui si è vissuto, ogni casa, ogni cucina in cui si è trascorso l’infanzia lasciano un segno indelebile nella mente. Ciò è accaduto anche ai due scrittori che hanno trovato un modo affine, di sublimare questi ricordi trasmettendoli ai loro personaggi.
 
Così la Christie ha mantenuto vivido nella mente il ricordo dei soggiorni a casa della prozia Margareth e del fascino che su di lei esercitava la copiosa dispensa della grande casa vittoriana, ricca di ogni ben di Dio, in particolare di dolci e affini, che probabilmente alimentarono la sua già spiccata golosità e che lei prontamente ha riversato sul suo celeberrimo investigatore.
 
Ma Camilleri è andato ben oltre, ha creato Montalbano riversando in esso i profumi, i colori, i sapori della Sicilia, il suo intimo legame con la terra, il suo immenso amore per essa.
 
Ricordi della Sicilia di una volta, quando nella casa vicino a Porto Empedocle, la nonna Elvira, cuoca sopraffina, regnava in cucina aiutata dalla mamma dello scrittore e dalle sorelle. Sono questi intimi e preziosi ricordi che caratterizzano Montalbano e il suo gusto alimentare. La passione per i piatti più semplici e genuini della tradizione. Emblematica la storia sulla preparazione, come un rito,  degli arancini, sviluppata poi, nel romanzo Gli arancini di Montalbano. Gli stessi arancini, che tenteranno il Commissario, tanto da rinunciare a passare il Capodanno a  Parigi con la fidanzata, preferendole la cucina dell’amata Adelina.
 
Piatto forte della cammerrera Adelina è anche la pasta ‘ncasciata, una variante della pasta al forno, è questa la ricetta che ho deciso di realizzare come contributo, tratta dal libro “La cucina Tradizionale Siciliana” di Anna Pomar.
"Una ricca pasta ‘ncasciata con la crosticina rassicurante di cacio in superficie fatta nel forno e poi, prima di uscire di casa, avvolta nello strofinaccio pulito e lasciata nel forno spento per mantenerla tiepida. Una dichiarazione d’amore prima di essere una cena abbondante!" (Cit. Marina Bogdanovic, con cui condivido la passione per Montalbano e Camilleri tout court e con cui ho collaborato tempo fa al mio primo tributo al grande autore.) 

 
Pasta ‘ncasciata
(per 6 persone)
 
Ingredienti
600g di magliette di maccheroncino (o sedani)
200g di Tuma o caciocavallo fresco
200g carne trita
50g mortadella o salame
2 uova sode
4 melanzane (circa 500-600 g)
100g pecorino grattugiato
500g salsa di pomodoro
Mezzo bicchiere di vino bianco
Basilico
Cipolla o scalogno
Olio di oliva – olio di arachidi (per friggere)
Sale e pepe
Pangrattato
 
Preparazione
Tagliate le melanzane a fette e friggetele dopo averle tenute circa un’ora in acqua e sale. Nel frattempo soffriggete il trito di carne in un tegame con abbondante olio di oliva, sfumate con il vino e completate la cottura aggiungendo qualche cucchiaio di salsa di pomodoro. Lessate la pasta, scolatela al dente e conditela in una zuppiera con la salsa di pomodoro. Prendete una teglia ben unta e spolveratela di pangrattato e versatevi le magliette, alternandole a strati con la carne trita, le melanzane fritte, il formaggio grattugiato, il basilico, le uova sode, la tuma e la mortadella tagliati a fette. Completate l’ultimo strato di pasta con le melanzane, la salsa e molto pecorino. Passate le lasagne nel forno caldo per circa 20 minuti: il cacio, sciogliendosi formerà una leggera crosticina dorata (da cui il nome ‘ncasciata).
 

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